Fino all’osso

Da oltre un decennio sorprende il pubblico con la sua imprevedibile creatività. Raffinati ed empatici i suoi film ispirano pura emozione cinematografica. Con Bones and All, Luca Guadagnino gira in pellicola un sensuale melodramma on the road dalle tinte horror. Questa la mia intervista pubblicata sul numero 105 del magazine italiano POSH

Cesellando un linguaggio cinematografico che riempie occhi e cuore, Luca Guadagnino è riuscito a imporsi come uno degli artisti più significativi del cinema contemporaneo internazionale. Dei registi italiani è quello che più rammenta i celebri cineasti hollywoodiani: come loro non è identificato con un genere ben preciso, come loro è abilissimo nel dirigere i corpi degli attori, come loro quasi mai firma le sceneggiature dei film che dirige. Da colto cinéphile qual è, Guadagnino rielabora gli elementi fondanti del cinema d’autore, per plasmarli in una visione profondamente personale. Assemblando in maniera magistrale musica, location, set design, costumi, fotografia e movimenti di macchina, crea un cinema che, andando oltre il mero intrattenimento, si avvicina all’opera d’arte. Da Io sono l’amore, che segue la passione che travolge la moglie di un ricco industriale milanese e un giovane cuoco amico di suo figlio, a Suspiria, che più di un remake è un sincero omaggio alla potente emozione provata alla visione del film di Dario Argento, passando per Chiamami col tuo nome, struggente storia d’amore tra un diciassettenne per uno studente straniero assistente del padre professore, tutti i suoi lavori ci trascinano in un luogo altro, dove l’eterea rarefazione del fotogramma travolge i nostri sensi, trasmettendoci un piacere fisico di rara intensità. A questa magica sensazione non si sottrae nemmeno il suo ultimo capolavoro, Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che Luca Guadagnino ha presentato al 18° Zurich Film Festival, dove lo abbiamo intervistato. Bones and All, che potremmo parafrasare con l’italiano “fino all’osso”, nel senso di spolpare fino in fondo un pranzo prelibato, è la storia del primo amore tra Maren (Taylor Russell, premio Mastroianni alla migliore attrice emergente), una ragazza che sta imparando a sopravvivere ai margini della società, e Lee (Timothée Chalamet, assurto ormai a divo generazionale), un diseredato vagabondo dall’animo combattivo. Sulle strade secondarie dell’America di Ronald Reagan, è il viaggio on the road di due giovani che, alla continua ricerca di identità e bellezza, tentano di trovare il proprio posto in un mondo pieno di pericoli, che non riesce a tollerare la loro natura. Una storia d’amore al limite che si trasforma in una metafora della diversità, della malattia e della non appartenenza.”Quello che ammiro di Luca Guadagnino è la capacità di uscire dalla sua comfort zone, rimettendosi continuamente alla prova, per regalarci film sempre unici e sorprendenti” ha dichiarato Christian Jungen, direttore artistico del festival zurighese, assegnandogli il “A Tribute to… Award”, prestigioso riconoscimento ricevuto nelle precedenti edizioni da colleghi del calibro di Oliver Stone, Wim Wenders e Paolo Sorrentino. 

Luca Guadagnino riceve il premio “A Tribute to…” del 18° Zurich Film Festival @ Tim Hughes

A pochi mesi dall’Honorary Dragon Award ricevuto al Göteborg Film Festival, è la volta del Golden Eye di Zurigo. Che significato hanno per te tutti questi premi?

Mi è sempre sembrato un po’ strano ricevere riconoscimenti onorari per un lavoro che sto tuttora facendo. Ma ho cominciato a farmene una ragione e ad accettarli volentieri, forse perché ormai ho superato i cinquant’anni. Per cui sì, mi piace ricevere i premi, anche se il mio senso pratico li tende a conservare chiusi in un armadio piuttosto che esporli in vetrina. Di certo so che il mio lavoro non ne viene condizionato, alla fine realizzo sempre il film che voglio. Ciò che apprezzo in modo particolare sono le recensioni dei critici cinematografici, capaci di individuare nei miei film un’interpretazione a cui non avevo ancora pensato. Rimane un’esperienza fantastica leggere qualcosa di nuovo sul mio lavoro, soprattutto attraverso la prospettiva di una categoria professionale di cui ho fatto parte quando iniziai a lavorare nel cinema.

Dedicando il Leone d’Argento vinto a Venezia a Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, i registi iraniani arrestati per sovversione, hai esclamato: “Viva loro, viva la sovversione e viva il cinema”. Perché la settima arte continua a spaventare e minacciare chi è al potere?

Perché il potere è identificato col Super-io, mentre il cinema si relaziona con l’Es, forza selvaggia e rivoluzionaria, sempre destinata a spezzare il Super-io. Il cinema è legato indissolubilmente al nostro subconscio. Se oggi, in un contesto sociale che predica la perfezione, qualcuno guardasse Susanna! di Howard Hawks o A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, si renderebbe conto che nessuno è perfetto, e ciò potrebbe scatenare una potente reazione a livello interiore. L’incontro con un film è sempre foriero di conseguenze che possono influenzare la vita di una persona. Questo è il potere del cinema. Un potere che però può mostrare il suo lato tossico: basta pensare agli ultimi 40 anni e ai ripetitivi prodotti sfornati in continuazione da un certo tipo d’industria cinematografica. Rainer Werner Fassbinder affermava che i buoni film possono liberare la mente, mentre quelli cattivi la possono imprigionare. Ecco questa ripetitività può bloccare quella dello spettatore. 

E se ti venisse proposto di dirigere un film della Marvel o di James Bond? 

Ho solo ammirazione per Barbara Broccoli e per suo fratello, che sono l’anima e le ossa di James Bond. Ho avuto il privilegio di lavorare con Barbara a un progetto che purtroppo non è stato portato a termine. Capisco che quando si realizza un blockbuster di quel livello, il regista non ne abbia il controllo completo. Nell’improbabile caso in cui mi venisse proposto di realizzare uno di questi film e avessi la certezza di ottenere la totale supervisione del suo processo creativo, sarei felice di provarci. Ma non credo sia una reale possibilità. 

Taylor Russell e Timothée Chalamet in Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Tratto dal romanzo Fino all’osso di Camille DeAngelis, Bones and All racconta la storia di due ragazzi alla deriva, due adolescenti che, come tanti altri, si sentono soli e diversi, almeno fino a quando non trovano qualcuno in cui rispecchiarsi. Quanto è importante portare sullo schermo questo genere di storie in una società che fatica ad accettare chi è differente?

Nonostante abbia la fortuna di essere conosciuto a livello internazionale, mi sono sempre considerato un outsider. Sin da bambino. Forse perché sono nato prematuro di sette mesi, da madre algerina, a Palermo, per poi vivere con la mia famiglia in Etiopia fino all’età di sei anni. Forse perché poi ho iniziato a rendermi conto che i miei desideri seguivano una direzione differente da quella delle persone di cui ero circondato. Tuttavia, l’insieme di questi aspetti mi ha reso più consapevole sul chi fossi, obbligandomi ad alimentare il mio senso di alterità e di non appartenenza. Perciò è quasi istintivo essere attratto da storie che raccontano di persone che vivono al di fuori delle norme imposte dalla società, che si sforzano di trovare qualcuno che le riconosca e le accetti per quelle che sono. Spero che il mio lavoro possa aiutare coloro che, sentendosi soli e diversi, sono alla ricerca di qualcuno che li rassicuri sul fatto che è del tutto naturale non appartenere a ciò che è considerato “normale”. Rimango comunque dell’idea che la maggioranza non sempre abbia sempre e sono diffidente quando i molti concordano sul fatto che una cosa sia bella o buona. 

Se a prima vista potrebbe essere definito un film dell’orrore, Bones and All è soprattutto una bellissima storia d’amore, nonostante la natura cannibale dei due protagonisti. Dov’è la bellezza in tutto questo spargimento di sangue? 

Non credo che vi sia conflitto tra il concetto di bellezza e il sangue. A tale proposito porto due esempi: il documentario realizzato da Laura Poitras, e che ha vinto il Leone d’Oro alla più recente Mostra del Cinema di Venezia, s’intitola proprioAll the Beauty and the Bloodshed (Tutta la bellezza e lo spargimento di sangue), e Hermann Nitsch, performer austriaco considerato uno dei massimi esponenti dell’Azionismo viennese, che di sangue ne ha utilizzato parecchio per creare un’arte così avvincente e sovversiva. Il sangue è parte della nostra natura, è una delle ragioni più intime della nostra esistenza. Quando sporadicamente ci capita di osservare il nostro sangue o quello di qualcun altro, rimaniamo sempre un po’ sorpresi e sconcertati. Personalmente mi emoziono parecchio ogni qualvolta i miei addetti agli effetti speciali arrivano con barattoli pieni di liquido rosso. Il cinema ha questo dono: rendere visibile il sangue che normalmente rimane nascosto all’interno del nostro corpo. Per me è un’epifania.

Taylor Russell, Luca Guadagnino e Timothée Chalamet sul set di Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Il senso estetico che traspare dai tuoi film non è mai fine a se stesso ma rappresenta un vero e proprio mezzo di suggestione. Con cosa lo nutri?

Immagino con la mia malinconia. Quando a 14 anni andavo alle feste, invece di parteciparvi attivamente, trovavo sempre un posto appartato dove poter osservare indisturbato gli altri che si divertivano. Mi affascinava il fatto di essere un voyeur emotivo. Potrei smettere di leggere libri o di ascoltare musica, ma finché avrò gli occhi potrò nutrirmi delle cose che guardo e di come le vedo. 

Ami circondarti da un gruppo di attori con cui collabori spesso: Bones and All riunisce Timothée Chalamet e Michael Stuhlbarg, già visti in Chiamami col tuo nome, e Chloë Sevigny, protagonista della miniserie We Are Who We Are, mentre il legame professionale con Tilda Swinton è ben documentato. In che modo questi rapporti a lungo termine influenzano la tua regia? 

Quando ho preso atto di non essere qualcuno che si conformava facilmente al modo normale di fare le cose, ho capito che era essenziale avere un senso di famiglia anche a livello professionale. È un privilegio essere circondato dalle persone che hai citato, ma ce ne sono molte altre, davanti e dietro la macchina da presa. Sono contemporaneamente amici e partner professionali, con cui condividere questo viaggio faticoso, affascinante, divertente e sorprendente del fare cinema. 

Timothée Chalamet in Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Sei stato uno dei primi a scoprire il potenziale di Timothée Chalamet che, espandendosi come una farfalla, l’ha portato a diventare una star. Cosa hai visto in lui quando l’hai scritturato la prima volta? 

Timothée Chalamet è un grande artista, perché non solo è in grado di assumersi dei rischi, ma possiede anche quella saggezza del mestiere, solitamente associata a una persona molto più adulta. La combinazione del suo know-how e della sua capacità di sorprendere se stesso e gli altri è semplicemente meravigliosa. Quando si incontra una persona dalle doti così straordinarie, si percepisce immediatamente che verrà presa per mano da coloro che possono aiutarla a farle spiccare il volo. Per me è stato inevitabile assistere Timothèe a raggiungere il successo. Mi fu presentato dal suo agente Brian Swardstrom che, spingendo questo ragazzo diciassettenne con tale passione, confermava la sua innata attitudine nel riconoscere talento e unicità. Come in una staffetta, Brian mi ha passato le doti di Timothée che, a mia volta, consegnerò ai registi dopo di me. 

Avevi ambientato la miniserie televisiva We are Who We Are in una fittizia base militare statunitense a Chioggia, ma è con Bones and All che lasci gli antropizzati paesaggi italiani per entrare negli spazi vuoti degli Stati Uniti, girando il tuo primo film su suolo americano. Perché solo ora? 

Semplicemente perché, a differenza di altre proposte ricevute da oltre oceano, questo è stato il primo film in cui mi era garantito il controllo totale del processo creativo. Le riprese sono state particolarmente impegnative. Essendo un road movie bisognava viaggiare in continuazione e ogni location distava almeno un’ora e mezza di strada da quella successiva. Un’esperienza molto faticosa e intensa, ma bellissima. Sono arrivato negli Stati Uniti un paio di mesi prima delle riprese, proprio mentre veniva reso disponibile il primo vaccino anti COVID, che in Italia sarebbe arrivato solo tre mesi dopo. Ricordo che mi recai al Jacob K. Javits Convention Center di New York City, trasformato in un hub vaccinale, dove mi era stato fissato l’appuntamento alle quattro del mattino. Mi alzai in piena notte ed ebbi la fantastica sensazione di essere catapultato nell’Alphaville di Jean-Luc Godard. Gli Stati Uniti sono ovviamente un luogo reale, di cui però esiste una versione raccontata esclusivamente dal cinema. Gli americani ne sono consapevoli e prestano particolare attenzione all’immaginario del Paese in cui vivono, e conseguentemente all’immaginario di se stessi, che scelgono di proiettare al resto del mondo. Se un regista straniero decidesse di girare un film sull’America, partendo da questa visione creata e alimentata dagli americani, rischierebbe di raccontare un immaginario di terza mano. Per Bones and All ho cercato di immedesimarmi nei grandi registi europei degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, come Fritz Lang, Jean Renoir o anche Alfred Hitchcock, il cui approccio minimalista ha loro permesso di immergersi nella cultura della provincia americana, realizzando i capolavori che conosciamo.

Taylor Russell e Timothée Chalamet in Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.


La colonna sonora di Bones and All modula alla perfezione le grandi pianure del Midwest e gli orizzonti del mito.Come mai hai scelto di lavorare con i leggendari Trent Reznor e Atticus Ross?

Ammiro il loro lavoro sin dai tempi in cui fondarono i Nine Inch Nails. Sono due musicisti impegnati e originali, capaci di trasmettono un inconfondibile senso dello spazio. Sono stato molto felice quando hanno accettato di partecipare a questo progetto, che ho vissuto come una mia personale vittoria. Abbiamo parlato molto del romanticismo del film e del senso del desiderio. Ho dato loro un unico input: avere molta musica per chitarra, estremamente malinconica, portando come riferimento la colonna sonora de Il Cacciatore di Michael Cimino. Poche settimane prima delle riprese mi hanno inviato fantastiche melodie per chitarra, due delle quali sono state inserite nel film. 

Produzione, riprese, montaggio; qual è la fase di lavorazione del film che più preferisci? 

L’ultima, poiché m’interessa il momento in cui è necessario rinunciare a delle scene, che sono ben felice di tagliare. Col tempo ho imparato a non innamorarmi del mio girato, sacrificandolo sull’altare del risultato qualitativo del film. È il montaggio che mi permette di avere il completo controllo del materiale. Lavorare coi montatori poi è uno spasso. Ho due rapporti professionali bellissimi, profondi e duraturi. Quello con Walter Fasano, con cui ho nuovamente collaborato un paio d’anni fa per il cortometraggio Fiori, fiori, fiori!, girato in piena pandemia. E quello con Marco Costa, che dopo aver assistito Walter per Suspiria, ha montato la miniserie We Are Who We Are, per poi continuare con Bones and All.Attualmente sta lavorando a Challengers, la commedia sportiva americana con Zendaya che ho terminato di girare a giugno e la cui uscita nei cinema è prevista per la prossima estate. Marco è un ragazzo giovane e molto divertente, ma soprattutto disponibile: posso chiamarlo alle due di notte e dirgli “ho bisogno di te adesso”, avendo la certezza di trovarmelo poco dopo alla moviola per materializzare una mia improvvisa idea creativa. Mi piace la dedizione. Al film ovviamente, non a me!

Luca Guadagnino sul set di Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Cosa ha plasmato la tua creatività?

Forse il timore di essere rifiutato e, di conseguenza, l’obbligo di migliorare sempre più la qualità delle mie proposte, affinché le persone più scettiche si sentano impossibilitate a rifiutare le mie idee, dando così, nel gioco delle contrattazioni, uno scacco matto. Non sempre però ci riesco, perché fare film rimane una scommessa al buio: si lanciano i dadi nell’oscurità e, dal suono che producono, si tenta d’indovinare i numeri usciti. Se domani volessi realizzare un nuovo film, so che gli onori e i premi ricevuti il giorno prima non contano, perché dovrò ripartire da zero per convincere i finanziatori del significato del nuovo progetto, della sua validità e del suo potenziale rientro economico. È la natura intrinseca di questo mestiere: quando non si lavora su un’opera formattata e controllata da una macchina industriale, si procede a tentativi. Tornando alla paura del rifiuto, ricordo il grande maestro Maurice Pialat che, vincendo a sorpresa la Palma d’Oro a Cannes per Sotto il sole di Satana, film considerato “eretico” e pertanto destinato alla sconfitta, venne accolto dai fischi del pubblico a cui, ritirando il premio, si rivolse con un lapidario “Se non mi amate, allora nemmeno io vi amo più”. Nell’affrontare questo rifiuto, aveva realizzato il suo più grande capolavoro. 

Un lato poco noto del tuo prisma creativo è quello di produrre il cinema di altri registi, come i recenti Il fronte interno di Paola Piacenza o The Truffle Hunters di Michael Dweck e Gregory Kershaw. Da dove nasce questa passione?

Sono sempre stato affascinato dal modo in cui i registi che ammiro, come Steven Spielberg ad esempio, producono film non diretti da loro. Ritengo sia importante condividere le conoscenze fin qui acquisite e usare la propria influenza per aiutare altri colleghi nella realizzazione dei loro lavori. È un’attività che influisce anche sulla mia creatività, regalandomi nuovi spunti e facilitandomi a cambiare idea su un determinato argomento. Sì, amo i registi! E ora che mi ci fai pensare, mi rendo conto che tutte le mie relazioni sentimentali sono state con registi. Ho appena terminato di produrre Holiday, il bellissimo nuovo film diretto da Edoardo Gabbriellini, mentre assieme a David Zerat e Ilan Amouyal stiamo producendo un’opera della meravigliosa regista georgiana Dea Kulumbegashvili.

Timothée Chalamet e Taylor Russell in Bones and All. Credit: Yannis Drakoulidis / Metro Goldwyn Mayer Pictures © 2022 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Quali consigli daresti a un giovane aspirante regista? 

Innanzitutto avere un istinto naturale sul come realizzare un film, poiché limitarsi a guardarne moltissimi o a frequentare una scuola di cinema non sono garanzia di successo. Poi di impegnarsi a tessere una rete di spiriti affini capaci di aiutarlo nella realizzazione del suo progetto. A quel punto il film lo deve girare sul serio, anche solo servendosi di un telefono cellulare. Infine, prima di impegnarsi con la fiction, suggerirei di guardare tanti documentari di qualità, come quelli che da 60 anni realizza con una perfezione inarrivabile Frederick Wiseman, che di anni ne ha oggi 90.

Intervista realizzata il 1° ottobre 2022 al Baur au Lac Hotel di Zurigo e pubblicata in anteprima sul numero 105 del magazine italiano POSH

Bones and All di Luca Guadagnino. Con Taylor Russell, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, André Holland, Chloë Sevigny, David Gordon-Green, Jessica Harper, Jake Horowitz e Mark Rylance. Nei cinema italiani dal 23 novembre 2022, distribuito da Vision Distribution 

Immagine di copertina: Luca Guadagnino sul set di Bones and All Tutte le immagini: Courtesy Zürich Film Festival e Vision Distribution Si ringrazia per la collaborazione: Rupert Goodwin, Kaja Eggenschwiler, Claudia Wintsch, Cristiana Caimmi e Christopher Hux

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