Quei ruggenti anni ’20

Per la prima volta una mostra d’arte propone un dialogo sovrannazionale fra il Bauhaus, il Dadaismo e il Nuovo oggettivismo. Nonché con icone del design e dell’architettura del Movimento modernista. A organizzarla il prestigioso Kunsthaus di Zurigo, che per celebrare gli anni Venti del secolo scorso, ha invitato artisti contemporanei capaci di sorprendere i visitatori con nuove opere, realizzate prendendo spunto dallo spirito dirompente di quel decennio. Ho incontrato Cathérine Hug, la curatrice di Gloria effimera. I ruggenti anni Venti, una mostra imperdibile che dopo la tappa zurighese approderà la prossima primavera al Museo Guggenheim di Bilbao. Questa è l’intervista pubblicata in anteprima sul numero 92 del magazine italiano POSH

Gli anni Venti del Novecento furono un decennio di passi avanti e di ricadute. Una devastante guerra mondiale seguita da una grave pandemia, con sorprendenti parallelismi rispetto all’attuale crisi da coronavirus, risvegliarono nelle persone una dirompente voglia di vivere. Nessun altro periodo del XX secolo conobbe un paragonabile desiderio d’innovazioni. Furono concepite nuove visioni urbanistiche e le città conobbero una crescita smisurata. I ruoli tradizionali nella società e nel matrimonio vennero messi in discussione e superati, le minoranze oppresse fecero sentire la propria voce a livello politico e culturale. La vita quotidiana dei lavoratori diveniva più sostenibile e contemporaneamente si affermava una fiorente industria del tempo libero. L’alto grado di innovazione economica e sociale ebbe un riflesso diretto sull’ardore di sperimentazione in tutte le arti. In architettura e nel design nacquero stili che anche nel XXI secolo continuano a rappresentare un punto di riferimento. Incentrata su Berlino, Parigi, Vienna e Zurigo, la mostra “Gloria effimera. I ruggenti anni Venti” prende in considerazione tutti i media degli anni Venti del Novecento, quali la pittura, la scultura, la fotografia, il cinema, il collage, la moda e il design. In questi anni furono creati il “tubino nero” di Chanel, la celebre poltrona “grand comfort” progettata da Le Corbusier insieme a Charlotte Perriand e Pierre Jeanneret, o ancora la “cucina di Francoforte” di Margarete Schütte-Lihotzky. Fu anche il decennio in cui venne coniato il concetto di Nuova visione di Moholy-Nagy. Tutte novità che hanno in comune la caratteristica di essere moderne ancora oggi e di apparire spiccatamente contemporanee: sono infatti fonte d’ispirazione per molti imitatori e costituiscono l’oggetto del desiderio per gli amanti del bello e gli appassionati del design. 

Cathérine Hug fotografata da Markus Bühler

Per questa mostra hai selezionato 300 opere di 80 differenti artiste e artisti rappresentativi dei più diversi settori. Quali sono le specificità che le contraddistinguono?

Soprattutto l’ampia gamma di materiali e tecniche utilizzati, risultato di un entusiastico lavoro di ricerca e sperimentazione che venne condotto proprio in quel decennio. Ne sono un brillante esempio i dipinti del dadaista Christian Schad e i suoi fotogrammi realizzati con la tecnica degli oggetti assemblati. Una tendenza seguita da molti altri artisti, come Fernand Léger, pittore che collaborò assiduamente con musicisti e registi dell’epoca. Un periodo caratterizzato dall’impegno incessante degli artisti nell’oltrepassare i confini della propria tecnica per esplorare nuove forme d’espressione.

Quali criteri hai seguito per selezionare gli artisti rappresentati?

Innanzi tutto quello d’individuare autori dal linguaggio personale e fresco, come Elisabeth Karlinsky o Marianne (My) Ullman, artiste pressoché sconosciute ma che rientrano a pieno titolo in questa categoria. Ho deciso poi di presentare alcune delle figure iconiche dell’epoca, fra le quali Le Corbusier con la sua rivista L’Esprit Nouveau. Altro criterio è stato quello di selezionare artisti le cui opere, per la loro attualità, riescono a parlarci ancora oggi. L’ultimo è circoscritto al giudizio soggettivo e come un’opera mi abbia personalmente influenzato.

Marianne (My) Ullmann, Modesta, 1925 Tempera su tela, 61,2 x 61,2 cm Università di arti applicate di Vienna Collezione d‘arte e Archivio © Eredità di Marianne (My) Ullmann 

Come hai scelto i lavori che avrebbero poi fatto parte della mostra?

Sono partita dalla nostra collezione che ha fornito un terzo delle opere esposte. Osservandole attentamente ho intravisto una logica narrativa che mi ha convinto a organizzare la mostra in sei gruppi tematici. Fin dall’inizio mi è stata chiara la necessità di dedicare al dopoguerra un capitolo del racconto, come anche l’esigenza di creare sezioni dedicate al design, alla moda e al cinema, nonostante il museo non sia specializzato in queste discipline artistiche. Trovare le opere che desideravo non è stato mai un problema, la vera sfida è stata quella di selezionare fra una miriade di lavori una quantità che fosse gestibile a livello organizzativo. Il Kunsthaus Zürich vanta inoltre una raccolta di opere DaDa particolarmente vasta e dal considerevole valore artistico. Essendo un’affezionata al movimento dadaista, così ricco di umorismo ed energia, non è stato complicato individuare gli artisti che volevo esporre. 

Ne hai qualcuno a cui sei particolarmente legata?

Amando tutti i lavori esposti, è complicato rispondere a questa domanda. Una rivelazione sono state le fotografie e il film dedicati alla pantomima e cabarettista tedesca Valeska Gert, un’artista pionieristica che avrebbe gettato le basi e aperto la strada al movimento punk. Mentre i dipinti di Christian Schad riescono a trasmettermi sempre nuove emozioni.

Elli Marcus, Valeska Gert: Ballett-Parodie in Tüllkleid, intorno al 1930 Stampa alla gelatina d‘argento (stampa origi- nale), 21,7 × 15 cm Staatliche Museen zu Berlin, Kunstbibliothek, © bpk / Kunstbibliothek, SMB / Elli Marcus 

Ne hai qualcuno a cui sei particolarmente legata?

Amando tutti i lavori esposti, è complicato rispondere a questa domanda. Una rivelazione sono state le fotografie e il film dedicati alla pantomima e cabarettista tedesca Valeska Gert, un’artista pionieristica che avrebbe gettato le basi e aperto la strada al movimento punk. Mentre i dipinti di Christian Schad riescono a trasmettermi sempre nuove emozioni.

Ci sono stati lavori da te fortemente voluti ma purtroppo non disponibili?

Mi sarebbe piaciuto includere un ritratto di Anita Berber, ballerina, attrice e scrittrice vissuta nel periodo della Repubblica di Weimar, che purtroppo non era disponibile. Fortunatamente, organizzando una mostra strutturata a temi, la ricerca di un’opera sostitutiva è stata facilitata. Nonostante la situazione pandemica abbiamo ricevuto un forte sostegno da musei, fondazioni e collezionisti privati. Solo un dipinto raffigurante Joséphine Baker non è arrivato in tempo utile per l’allestimento zurighese, ma lo si potrà probabilmente ammirare e Bilbao, quanto la mostra verrà ospitata la primavera prossima dal Guggenheim Museum.

Shirana Shahbazi, [Diver-02-2011], 2011 Stampa in gelatina d‘argento su alluminio, 90 x 70 cmKunsthaus Zürich, Vereinigung Zürcher Kunstfreunde, Gruppe Junge Kunst, 2015 © Shirana Shahbazi 

Cosa ti ha convinto a organizzare l’esposizione attorno alle fondamentali tematiche socioculturali di quel periodo?

Per la loro brevità, dopotutto si tratta di un decennio solamente, non avrebbe avuto senso raccontare cronologicamente i ruggenti anni Venti. Avrei anche potuto optare per la semplice separazione delle opere in settori: pittura, cinema, fotografia, ecc. Con la selezione dei lavori ha invece preso forma un processo naturale di tipo organico che ha in qualche modo definito l’organizzazione per temi. Quando guardiamo agli anni Venti del secolo scorso, lo facciamo con la prospettiva del nostro contemporaneo. Ecco perché gli argomenti che ho individuato, come il superamento del trauma della guerra, i nuovi modelli di riferimento, la pluralità nei modi di vedere o l’estasi del corpo in movimento, mi sono sembrati il metodo focale più interessante e rilevante per analizzare quel decennio.

Quali sono i temi che gli artisti contemporanei condividono coi colleghi del secolo scorso?

Posso prendere come esempio Kader Attia, un artista con cui lavoro da molto tempo. Ha esplorato il tema della guerra, soprattutto il concetto di “guerra industriale”, ovvero quando un meccanismo militare di macchine da combattimento sostituisce l’elemento umano rappresentato dalle persone che combattono l’una contro l’altra. Per questa mostra ha analizzato quanto le severe ferite subite in guerra, parti di viso e di arti letteralmente spazzati via, avessero avuto un impatto psicologico sui soldati sopravvissuti e come la chirurgia estetica fosse stata creata per aiutarli a gestire la vita quotidiana dopo la Prima Guerra Mondiale. Raphael Hefty, Shirana Shahbazi, Fabian Marti e Thomas Ruff sono tutti interessati alla forma espressiva che ruota attorno al fotogramma dadaista. Mentre nell’ultimo segmento della mostra dedicato ai nuovi pensieri sul corpo umano, Veronica Spierenburg e Rashid Johnson lavorano con la danza espressiva, affrontando temi come la segregazione e il razzismo, ancora oggi tristemente rilevanti, così come l’alienazione e la distanza, mai così attuale in questo periodo di pandemia. In che modo possiamo mostrare il nostro corpo in pubblico ora, si domandano gli artisti. La società ha bisogno dell’individuo e l’individuo della società: questo è un tema fondamentale nella nostra cultura contemporanea.

Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand, La poltrona «grand confort», modello piccolo, esemplare del Salon d‘Automne 1929, già Collezione Pierre Jeanneret Tubo in acciaio laccato; imbottitura a molle; cuscino in piuma, ca. 67 x 75 x 70 cm Collezione Arthur Rüegg. Le Corbusier: © F.L.C/2020 ProLitteris, Zurich; Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand: © 2020 ProLitteris, Zurich 

Cosa ti auguri il pubblico possa portarsi con se uscito dalla tua mostra? 

Il mio obiettivo è quello di raggiungere il più ampio pubblico possibile. Appassionati del design o della moda non lo sono necessariamente dell’arte, ma spero che dopo aver visitato questa mostra, possano ampliare la loro conoscenza e apprezzare le opere esposte. Come la poltrona “grand confort” realizzata da Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand, un oggetto d’arredo iconico e tutt’ora moderno nonostante sia stata creata nel 1929. Ci sono molti altri esempi nell’architettura, nella fotografia e nella danza degli anni Venti che sono ancor oggi un punto di riferimento. Spero di avere un pubblico amante del bello in tutte le sue declinazioni artistiche, disposto ad allargare la propria conoscenza e soprattutto di tornare ad apprezzare quest’arte in un ambiente fisico dopo mesi di lockdown. In questo periodo di pandemia queste esperienze culturali sono fondamentali. Anche gli anni Venti del secolo scorso sono stati caratterizzati da stress simili, come l’inflazione, la guerra e l’influenza spagnola, motivando però le persone a esprimere e sperimentare la bellezza della vita attraverso l’arte come risposta a quella particolare situazione.

I ruggenti anni Venti sono stati un periodo di rinascita artistica, frutto di una forte economia che vide il mondo riprendersi dalla Prima Guerra Mondiale. Entrando nei “Venti Venti” ti attenderesti un simile “rinascimento” artistico?

Il messaggio degli anni Venti del secolo scorso era chiaro: la creazione dell’arte è parte integrante delle società democratiche. La nostra cultura attuale implica a volte che l’arte sia un lusso, qualcosa semplicemente destinato a persone facoltose, il che è un anatema. L’arte è essenziale e una parte importante della società. Penso che che anche nei “Venti Venti” le arti visive rappresenteranno una forza molto energica per aiutarci a riflettere sulle nostre condizioni e situazioni attuali. Gli artisti potranno anche avere una posizione precaria nel nostro mondo che ruota attorno al denaro, ma saranno comunque “obbligati” a creare opere importanti che ci metteranno alla prova e ci emozioneranno.

Xanti Schawinsky, Architettura classica 2, 1927 Colore di copertura ed aerografo su carta montata su cartone, 50,8 x 36 cm Collection Pictet, Ginevra © The Xanti Schawinsky Estate 

Quali progetti futuri hai in programma di curare?

Attualmente sono impegnata con un progetto dedicato al tema della medicina nell’arte. L’anno prossimo, in occasione dell’inaugurazione dell’estensione del Kunsthaus realizzata dall’architetto David Chipperfield, organizzerò la mostra, dal titolo ancora provvisorio, “Reflections on Art and Ecology”. Poi potrò finalmente dedicarmi al mio sogno nel cassetto: un’esposizione dedicata a Federico Fellini.

Kunstahus Zürich WEB Instagram Facebook

Immagine di copertina: Félix Vallotton, La poudreuse (Donna che si incipria), 1921 Olio su tela, 82 x 100 cm Collezione privata. Tutte le immagini: Courtesy Kunsthaus Zürich. Si ringrazia per la collaborazione: Kristin Steiner e Christopher Hux

Articolo pubblicato in anteprima alle pagine 80-85 del numero 92 del magazine italiano POSH

ZÜRI-swissness Instagram gallery: L’incertain regard

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